domenica 6 dicembre 2009

LA TUTELA DEI MINORI



Il mondo della tutela dei minori è un campo molto delicato dove muoversi con cautela per non rischiare di ferire qualche suscettibilità e interesse.

Oggi si fa un gran dire che “la famiglia costituisce il cuore della società”, ma di fatto, molto di rado a tale affermazione corrispondono politiche familiari coerenti. I genitori oggi vengono incolpati dei problemi dei giovani e delle conseguenze che, secondo loro, causano impartendo loro una cattiva educazione.

Politici, tutori dell’ordine e giudici, rimproverano spesso i genitori di essere “inadeguati al loro ruolo ” e di aver educato una generazione di giovani privi di valori, ribelli e sfaccendati.

Le statistiche dicono che molti giovani presentano disturbi emotivi gravi, altri che sono emarginati, si drogano oppure si suicidano. I genitori, insomma, vengono ritenuti direttamente responsabili di tutto ciò che accade ai figli.

Ma lo Stato e la società cosa fanno per aiutare questi genitori a svolgere correttamente il loto ruolo, o peggio, a evitare che questo ruolo sia sempre più spesso osteggiato e reso più difficile? Nulla.

Crisi sociale ed economica, non fanno che minare il già precario equilibrio delle famiglie e purtroppo, alla minima difficoltà manifestata da questi genitori, anziché provvedere ad aiutarli come si converrebbe in una società che si autodefinisce con presunzione “civile”, si procede col suo smembramento, ovvero con l’allontanamento del minore dal suo nucleo familiare.

Bambini sottratti ai loro affetti e rinchiusi in case-famiglia, vengono sottoposti a controlli, talvolta a punizioni psicologiche e, come dicono i vari casi trattati dal mass media, spesso viene reciso ogni legame tra questi bambini e le loro famiglie naturali. In nome del’”interesse del minore”.

I Comuni spendono parecchi soldi pubblici ogni anno per “mantenere” questi bambini nelle comunità…soldi che potrebbero servire ad aiutare i genitori, beneficiando soprattutto i bambini che crescerebbero nel loro ambiente affettivo naturale avendo genitori più positivi e sereni ma, soprattutto, non subirebbero il trauma indelebile del loro allontanamento coatto.

Il denaro pubblico, cioè il denaro di tutti i cittadini italiani, alimenta e prolifera strutture dalle quali usciranno giovani per sempre segnati psicologicamente, e destinati, sovente, ad essere “bollati” a vita dai cosiddetti “perbenisti”.

Che accade ai genitori?
I genitori a loro volta vengono giudicati, spesso dequalificati, talvolta calunniati, quasi sempre, purtroppo, isolati.

Non esiste alcuna indagine, per quanto so, che abbia verificato che tipo di effetti psicologici, ovvero quali benefici queste comunità producano ai nostri piccoli (e che quindi possa mettere anche i giudici in grado di valutare l'opportunità di tali affidamenti, rispetto a soluzioni diverse), mentre molte testimonianze dirette dicono esattamente l’opposto.

E’ un po’ come ai tempi dell’olocausto (chissà perché mi è venuto questo paragone): tutti sapevano cosa accadeva, ma nessuno osava dirlo apertamente…per paura…per indifferenza…perché era “una cosa che non li riguardava”…esattamente ciò che succede oggi con i nostri bambini italiani.

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Il piccolo esercito dei figli affidati all’uomo: in Italia un boom silenzioso



DA La Stampa del 22.10.09 di ELENA LISA - MILANO -


Non camaleontici come Robin Williams in «Mrs Doubtfire», nemmeno così sofferti come Dustin Hoffman in «Kramer contro Kramer» e senz'altro non tanto sereni come quelli che, ogni giorno, si vedono sorridere nelle pubblicità, in tv, a mangiare allegri attorno a un tavolo, accanto ai figli.

Resta il fatto che, oggi, anche in Italia i papà single che allevano, da soli, bimbi piccoli o adolescenti, dati loro in affido, sono sempre di più: quasi 400 mila, più del 30% rispetto a 10 anni fa.

Una rivoluzione che corre parallela a quella del Nord Europa, ma che segna un decisivo passo in avanti, almeno rispetto a tradizioni e costumi, nella patria dei «mammoni».

«Occorre distinguere, però, da ciò che accade in Svezia, Scandinavia e Inghilterra - spiega Alessio Cardinali presidente dell'Adiantum, associazione delle associazioni di tutela minori -. Partendo dal presupposto che madri e padri sono uguali, la responsabilità del cambio di direzione, qui in Italia, non è delle donne, ma dei giudici. Se all'estero le mamme decidono in autonomia di lasciare i figli agli ex mariti o ex conviventi, perché preferiscono la carriera o perché non si sentono capaci di educare, da noi questo non capita. E' il tribunale, e questo accade sempre più spesso nel caso di richiesta di affido condiviso, a decidere di far vivere, in attesa di una sentenza definitiva, il figlio a casa del papà e non della mamma».

E questo fa storcere il naso a diverse associazioni come «Madri separate», a Como, di cui è presidente Rosy Genduso: «Stiamo tracciando - spiega - un elenco delle ultime decisioni dei tribunali di Milano e Monza per verificare le nostre impressioni. E cioè che i giudici "collochino" l'abitazione dei figli presso quella del padre, fuorviati, probabilmente, dalla forza economica dei maschi. Che possono pure avvalersi di legali di un certo livello, a differenza delle mamme che, invece, il più delle volte sono casalinghe o lavoratrici in nero, con risorse limitate».

Dal 2006 è in vigore il nuovo ordinamento sull'affido condiviso, che consente ai genitori di dividere le spese per il mantenimento, ma soprattutto il tempo in compagnia dei figli.

Una legge che ha determinato il brusco arresto di affidi esclusivi a uno dei genitori.

Secondo l'Istat, nel 2002 gli affidi sono stati 59.480: ai padri ne sono stati assegnati 2426, alle madri 50.504. Nel 2007, su 66.406, gli affidi dati ai papà sono stati 1055 e alle madri 16.989. Quelli condivisi nel 2002 sono stati 6238, e nel 2007 ben 47.892.

Cifre che tracciano il panorama delle vicende alla base degli affidi: uomini e donne che restano soli per la morte del coniuge, separazioni decise da uno solo o altre prese in accordo.

L'affido condiviso, però, non è sinonimo di intesa tra genitori.

E' appellandosi a questo provvedimento che, anche in tribunale, mamma e papà non trovano un accordo. Motivo? La scelta della casa in cui il figlio debba vivere.

Nonostante questo è la soluzione degli affidi condivisi a essere scelta, almeno in partenza, dai genitori: nel 2007 la media è stata del 72,1%. Mentre l'affido esclusivo alle mamme è stato del 25,6% e l'1,6 quello ai papà.

La regione con il più alto numero è la Toscana (86,7%). In fondo c'è la Puglia con il 46,5.




Che ci azzecca Re Salomone con l'Affido Condiviso?


Questa è la storia di due mamme che si contendevano lo stesso bambino. Entrambe ritenevano di averlo generato e partorito e ne rivendicavano la maternità.

Non riuscendo a risolvere tra di loro il conflitto, esse si rivolsero al saggio re Salomone il quale, dopo aver ascoltato le ragioni dell’una e dell’altra madre, propose di risolvere il problema tagliando con una spada il bambino in due parti uguali da dividerne una metà per entrambe.

La mamma “finta” fu contenta di questa soluzione, mentre quella vera inorridì alla proposta e pregò il re affinché non uccidesse il bambino preferendo rinunciarvi e affidarlo all’altra donna.

Re Salomone sorrise e da quel gesto capì qual era la vera madre, quindi glielo affidò.Perché ti racconto questa storia?

Perché anch’io, come tante mamme oggi mi trovo di fronte a questa scelta. Oggi, purtroppo, non abbiamo istituzioni né leggi con la saggezza di re Salomone.

Le responsabilità e le capacità genitoriali, oggi molto discusse, non nascono dall’imposizione della nuova legge sulla bigenitorialità, intrisa da ingerenze istituzionali all’interno del nucleo familiare che, a mio avviso, non fa che peggiorare la qualità della vita dei bambini figli delle coppie separate.

Questa situazione nasce dall’irresponsabilità di molte madri che in passato hanno abusato del diritto di genitore affidatario acquisito dal giudice della separazione e hanno usato i loro figli per ricattare sul piano psicologico ed economico l’altro genitore arrivando, in molti casi, a cancellarlo dalla loro vita.

Mi riferisco ovviamente a quei padri desiderosi a partecipare alla vita dei loro figli, quelli disposti a occuparsene rinunciando al tempo libero, sacrificando parte del loro lavoro e degli impegni per dedicare le loro premure e attenzioni alla prole.

Dalla situazione appena accennata, com’era prevedibile, i padri si sono ribellati, ma oggi a pagarne il prezzo sono spesso madri che non hanno posto queste barriere ai loro ex compagni e che, per vari motivi non sempre addebitabili a loro (violenza, stalking), si vedono portare i figli perché l’altro genitore, pur di contrastarle, preferisce togliere loro i figli o, peggio ancora quando non riescono, che siano rinchiusi nella case-famiglia.

Ecco perché, anche oggi, servirebbe la saggezza di un re Salomone.
E perché non si può imporre la stessa legge per tutte le separazioni.


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MAMME vittime della PAS


Dopo anni di discriminazione nelle cause di affidamento della prole e aver condotto dure lotte per vedere riconosciuta la loro presenza genitoriale nella vita dei figli, i papà italiani finalmente ce l’hanno fatta!

Il numero dei padri impegnati in questa lotta è cresciuto a dismisura tanto da meritare l’attenzione dei politici che hanno dovuto metter mano alla legge e modificarla.

Giustizia è fatta? Non proprio…

La giustizia, che dovrebbe fare da ago della bilancia, troppo spesso fa pendere eccessivamente da una parte o dall’altra le sue decisioni. La figura genitoriale paterna, una volta poco riconosciuta, oggi tende ad avere la meglio (anche in qualche caso di padre poco "meritevole").

E pure gli operatori sociali si sono adeguati a questo “trend”, tanto che oggi sta nascendo una nuova categoria, quella delle MADRI discriminate dal sistema…lo testimoniano i diversi casi di cui si occupano i mass media.

Le madri di oggi sono più esposte, che in passato, ad essere considerate inaffidabili e manipolatrici…la vera rovina dei loro figli! A loro non viene scontato nulla, pretendendo sempre di più e anche l’impossibile…e sembrano avere sempre torto.

Se prima si assisteva alla sottrazione dei figli ai genitori drogati, alcolizzati, violenti o comunque lesivi per i minori, oggi è sufficiente che due genitori abbiano un “rapporto conflittuale” per vedersi portare via i figli.

O ancora, il sospetto più o meno fondato che ci sia “alienazione genitoriale” (quasi sempre è la mamma ad essere accusata di mettere in cattiva luce il papà agli occhi del loro figlio).

La teoria di R. Gardner sulla PAS, ossia “sindrome da alienazione genitoriale” è appunto una teoria e non una scienza inconfutabile.

In America la PAS è conosciuta e applicata da decenni, con risultati drammatici per le mamme e i bambini, tanto che sono nate organizzazioni come la Protective Mother’s Alliance che tutela le donne alle quali sono stati sottratti i figli. E’ necessario ripetere l’esperienza anche qui in Italia?

NELLE CAUSE DI AFFIDAMENTO DEI FIGLI NON CI SONO VINCITORI NE’ VINTI !!

A pagare il prezzo più alto sono sempre e solo loro: i BAMBINI, stritolati da un sistema che, anziché tutelarli aiutando le loro famiglie, li distrugge. Questi bambini sottratti ai genitori vengono rinchiusi in case-famiglia, altrimenti dette comunità, luoghi ritenuti “neutri” dagli istitutori e dove “non vengono condizionati”.

Togliere un figlio a una madre è come estirpare le radici alla terra!!

Ci si può opporre a tutto questo? I tempi purtroppo non sono ancora maturi per poter parlare di malagiustizia.

L’esperienza mi insegna anche che nelle cause di separazione tra coniugi, a soccombere spesso non è tanto la parte che, con la sua condotta, ha causato la fine del rapporto, bensì la parte che per mancanza di informazione e/o di mezzi economici, non riesce ad attivarsi per proporre ricorsi nelle opportune sedi giudiziarie avverso il cattivo servizio offerto sia dagli operatori sociali che della giustizia più in generale.


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lunedì 13 luglio 2009

Pedofilia: predatori di Bambini


di Massimiliano Frassi - 07/03/2008

Intervista a Massimiliano Frassi autore del libro "I predatori di bambini sono intorno a noi" tratto da CONSAPEVOLE 13

«Pensate a quante volte avete sentito parlare le vittime ed al contrario a quante volte hanno parlato i legali dei carnefici, se non addirittura i carnefici stessi.
Qui ci riappropriamo di quello spazio che ai bimbi abusati, ed alle loro famiglie, è stato negato, o addirittura censurato.
E gridiamo al mondo tutto quel dolore, che non può più permettersi di essere zittito
.
»
Massimiliano Frassi – I predatori di bambini sono intorno a noi

Pedofilia: una parola che spesso ci fa tremare, che non vorremmo mai fosse pronunciata, che ci spinge a metterci le mani sugli occhi, sulla bocca, sulle orecchie. Eppure i numeri della pedofilia parlano chiaro. E parlando di un problema in crescita, di cui dobbiamo, per dovere morale nei confronti dei nostri bambini e di noi stessi, prendere coscienza.
Qualche esempio (i dati riportati sono a cura del Comitato Scientifico dell’Associazione Prometeo): solo nel primo semestre del 2006 i siti, collettivi o individuali, pro-pedofilia hanno avuto un incremento del 300%. Un sito pedo-pornografico, se ritenuto “di buona qualità”,produce un introito giornaliero di almeno 90mila euro. Sette bambini su dieci navigano da soli senza alcun controllo da parte di adulti ed il 70% degli “agganci” da parte di pedofili avviene nelle chat. L’Italia persiste ad essere uno dei paesi a “massima esportazione” di turisti sessuali. Al fianco delle mete oramai consolidate in tal senso, in primis Romania e Thailandia, oggi si presentano nuovi territori dove andare a “caccia di bambini”. Tra questi l’Ungheria, che, nel 2006, ha visto triplicati i reati di abusi a danno di minori; o il Kenya dove esistono circa 15mila bimbi di strada. Restando in Italia, sono oramai ridotti ad una percentuale bassissima i casi di cosiddetti “falsi abusi”, che oggi si avvicinano intorno allo 0,5 %.
Di fronte a tutto questo, Massimiliano Frassi – da anni impegnato attivamente nella tutela dei bambini abusati – ha considerato necessario alzare la voce, per gridare al mondo che la pedofilia c’è, esiste, è mostruosa, è raccapricciante, ma è giunto il momento di guardarla dritto in faccia.

La prima domanda che ti vorrei fare riguarda una vicenda che credo ormai tutti, tristemente, conoscano: il caso della scuola materna Olga Rovere di Rignano Flaminio. Mi sembra che al moment tutto taccia. Qual è il punto della situazione oggi?
E una vicenda di cui si è parlato molto all’inizio, poi è stata soppiantata dai vari scandali “Corona”, per cui ora se ne parla di meno. Il punto della situazione è il seguente: alcuni dei bambini hanno già iniziato gli incidenti probatori; gli altri riprenderanno a settembre, dopo la pausa estiva. Siamo pertanto in una situazione, dal punto di vista del percorso giudiziario, ancora tutta da definire. È vero, se così si può dire, che gli incidenti probatori sono andati “bene”, nel senso che i bambini hanno raccontato tutto e con grandi dettagli. Ora c’è la necessità di sentire anche gli altri bambini, per poi procedere nel percorso.

Come, secondo te, i media hanno affrontato questa vicenda e come l’affronteranno?
La vicenda è stata affrontata, a livello mediatico, sostituendo il vuoto lasciato dal “caso Cogne” il “caso Rignano”. I media vi ci si sono buttati – a mio avviso – senza alcuna professionalità, anzi facendo tornare indietro la questione della tutela dei bambini rispetto alla pedofilia di almeno vent’anni: grazie al caso di Rignano i bambini sono diventati nuovamente non credibili. Qualcun ha addirittura chiesto che si bloccassero gli incidenti probatori con la motivazione che turbano i bambini, mentre è ormai noto che – per doloroso che possa essere – è un percorso che comunque viene fatto sempre e che è stato creato con la specifica finalità di aiutare il bambino, che, diversamente, non avrebbe alcuna maniera per potersi “raccontare”. Credo che si sia data gran voce a chi i bambini li attacca o peggio ancora li abusa, piuttosto che a chi i bambini li difende.
Per quel che riguarda il futuro, temo purtroppo che i media adotteranno la stessa ottica. Purtroppo in Italia negli ultimi anni è accaduto che sia i carnefici accertati che quelli presunti – ovvero sia coloro che sono stati condannati colpevoli in via definitiva, che coloro che si trovano in attesa di giudizio – abbiamo capito che certe battaglie è meglio giocarle più sul piano mediatico che in aula di tribunale. Io ho trovato vergognoso, ma soprattutto offensivo nei confronti dei bambini abusati, che le persone coinvolte, chiamate sul banco degli imputati, facessero interviste e fossero ospiti di talk-show, si facessero vedere costantemente insieme ai propri parenti: trovo giustissimo che queste persone si debbano difendere, ma in un aula giudiziaria. Credo che ci sarebbe bisogno di un po’ più di silenzio, e, quando il silenzio viene rotto, un po’ più di professionalità e meno difese d’ufficio ad oltranza o assurde divisioni tra innocentisti e colpevolisti. Divisioni che non portano assolutamente a nulla.

Anche in rete circolano informazioni diciamo “particolari”: ad esempio digitando nel motore di ricerca Rignano Flaminio, senza la parola pedofilia, mi sono imbattuta in diversi blog in cui si parla di caccia alle streghe, di caccia all’orco, di isteria collettiva e di genitori che creano mostri dove non ce ne sono. Si parla di genitori “folli” che vengono definiti “i veri abusatori dei bambini”. Cosa ne pensi?
In rete c’è, da alcuni anni, un movimento che riunisce sia le persone già condannate per pedofilia (anche in ultimo grado), sia le persone che si trovano all’inizio dei un percorso giudiziario di questo tipo (come ad esempio nel caso di Rignano): questi individui cercano di fare passare l’idea che i bambini certe cose se le inventano, che ci sono genitori particolarmente ansiosi che convincono i propri figli di aver subito abusi. Queste persone hanno preso la strada di internet per diffondere questo “tam tam”: l’unica accessibile in questo senso. Ci sono persone che hanno avuto il compito di diffondere questo tipo di pensieri e di informazioni (caccia alle streghe, isteria collettiva, bambini che si inventano le cose) facendo leva su paure collettive – riportandole su alcuni blog, da cui si sono riversati a cascata su altri siti e blog – per sporcare e delegittimare la cultura e l’informazione corretta che, sul tema pedofilia, si stava affermando.
Io sostengo che se le streghe ci sono vanno cacciate, ma voglio riportare un dato che vale più di mille parole: nel nostro paese – e sono dati del Ministero – il 67% dei pedofili “accertati” (ovvero condannati in ultimo grado per pedofilia ed oggi in libertà avendo già scontato la pena) vive ancora a contatto con i bambini.
...

Riprendo un dato che hai riportato e che mi ha molto colpito: persone condannate per pedofilia in via definitiva – che hanno già scontato la pena e sono, quindi, nuovamente libere – continuano a vivere a stretto contatto con i bambini. Come può accadere questo? Cosa possiamo fare noi in prima persona perché non accada più?
Il perché queste cose accadono fa purtroppo parte di quella che è – lo dico in termini poco professionali, ma molto chiari – la grande “fregatura” della pedofilia: è un orrore così grande e spesso compiuta da soggetti insospettabili i quali – malgrado la condanna effettiva a cui spesso non viene dato l’adeguato rilievo sui mezzi di informazione – vengono lasciati costantemente a contatto con i bambini. Se per esempio il soggetto è un sacerdote, è impossibile, al giorno d’oggi, che gli sia precluso il contatto con i bambini. In questo modo, per mantenere una rispettabilità di facciata, si compie un grandissimo errore: se c’è una mela marcia nel cesto, quella mela va assolutamente tolta perché non rappresenta l’intero cesto di mele. Rispetto a quello che possiamo fare, dobbiamo ricordarci che l’arma che i pedofili temono più di qualunque altra è l’informazione: non è un caso che, come abbiamo già detto, la loro guerra sia diventata oggi mediatica. I pedofili cercano continuamente di boicottare e minimizzare l’informazione che vuole smascherare la pedofilia, che vuole “raccontare” come vivono i bambini vittime della pedofilia e come essi non possano inventarsi certi particolari, certi dettagli, simili a quelli raccontati, ad esempio, dai bambini di Rignano. L’unica arma che abbiamo è l’informazione: un’informazione adeguata permette alle persone di difendersi e anche di tenere lontano un soggetto che è accertato come pedofilo e che sappiamo essere recidivo.

Perché è così difficile, per moltissime persone, “vedere” la pedofilia, riconoscerla come un problema da affrontare?
È difficile perché è un orrore così grande che a volte preferiamo rimuoverla e allontanala da noi. Nel momento stesso in cui la neghiamo, ci convinciamo che non esiste. È molto più tranquillizzante pensare di poter lasciare il proprio bambino tranquillo e sereno all’asilo o alla scuola materna considerando questi ambienti sicuri, piuttosto che pensare che in quella stessa scuola (è accaduto una volta su un milione, ma è accaduto) il nostro piccolo possa subire abusi e sevizie.

Un’ultima domanda: io non ho figli, ma spero di averne. Potrà accadere che il mio stile di vita mi porti ad affidare i miei bambini a qualcuno, a un asilo nido, a una scuola materna. Come posso capire se ho affidato mio figlio alle persone giuste? Vivo nell’ansia, nella paura e nel sospetto, lo tengo a casa con me, lo iper-proteggo? Che consiglio dai, in definitiva, ai genitori per difendersi dalla pedofilia?
Purtroppo una risposta a questo non c’è: non è possibile offrire una ricetta. Inoltre voglio ricordare che il pedofilo non è l’orco che puoi individuare e identificare immediatamente: quando ce lo troviamo vicino ha l’aspetto della normalità e della tranquillità ed è capace di mimetizzarsi perfettamente.
I genitori, oggi, devono certamente alzare il livello di guardia: che ci piaccia o no questo lo dobbiamo fare. Ma dobbiamo anche, quando il nostro bambini avrà 3, 4 o 5 anni, iniziare a raccontargli e a spiegargli che ci sono sì delle persone “cattive”, ma che al babbo e alla mamma può sempre raccontare tutto: può e deve raccontare ai genitori quando qualcuno gli fa del male. Spesso la “bravura” dei pedofili sta nel ridurre il bambino, o per paura o per vergogna o per sensi di colpa, al silenzio: questo permette al pedofilo di continuare indisturbato a compiere i propri atti. Se il bambino è ben consapevole e ha ben compreso che nella famiglia o nel mondo della scuola o delle associazioni ci sono degli adulti ai quali può fare riferimento e chiedere aiuto laddove ci sia un problema, allora il bambino ha gli strumenti adeguati per difendersi ed è maggiormente al sicuro. Credo dunque che una delle regole educative di base, che dobbiamo impegnarci a mettere in pratica, sia il dialogo con i bambini, con i nostri figli, anche e soprattutto su questi temi.

IL LIBRO
Massimiliano Frassi
I Predatori di Bambini sono Intorno a Noi
Abusi nelle scuole materne, Chiesa e pedofilia, il business della pedopornografia, come agiscono i pedofili, i numeri della pedofilia. A volte è umano pensare che non ci sia più nulla da fare…
Pagine 192 – euro 11,90

Ricco di documenti e testimonianze di primo piano, scritto con un linguaggio esplicito, il libro mantiene alti i toni della denuncia sociale, raccontando episodi fino ad ora rimasti inediti.
Un libro per tutti coloro che vogliono sapere realmente cosa stia capitando, nel nostro paese e nel mondo, e come sia diffusa la pedofilia. Una lettura obbligatoria per chiunque, a vario titolo, abbia a che fare con i bambini, quindi genitori, educatori, insegnanti. I Predatori di bambini è il primo pamphlet scritto in Italia contro la pedofilia.

PER APPROFONDIRE
L’affare Dutroux
Il 24 giugno 1995, in Belgio, due amichette, Julie e Melissa, scompaiono. I loro genitori danno l’allarme alla polizia. I genitori sospettano un rapimento a scopi sessuali, e contattano un giornalista che, qualche mese prima, si era occupato di fatti simili. Per più di un anno il Belgio seguirà la vicenda. I genitori della bambine si confrontano con un’inerzia, un’incompetenza, e una negligenza palesi da parte delle forze dell’ordine; come pure una passività e una mancanza di umanità incredibile da parte del giudice istruttore. Apprendono che l’inchiesta è bloccata, che gli elementi d prova vengono distrutti in caserma, che il giudice, il quale era determinato a scoprire la verità, viene destituito. Tutta l’inchiesta è immersa in un clima di menzogna, di segreto, di silenzio. I genitori accusano, i giornalisti riferiscono i fatti e le bambine rimangono introvabili.
Il 17 agosto 1996, i corpi delle bambine vengono trovati dopo l’arresto del loro assassino, Marc Dutroux. Erano morte nel mese di marzo e i genitori non ne erano stati informati. Dal settembre 1995 la polizia aveva tutti gli elementi per arrestare Marc Dutroux, ma non lo fece. Perché?
Perché Marc Dutroux faceva parte di un’importante rete internazionale di pedofilia con il suo centro a Bruxelles. Questa rete venne scoperta nel gennaio 1996. Forniva minori per festini a cui partecipavano persone “rispettabili”, di buona famiglia, personalità pubbliche e persone che ricoprivano posti di responsabilità. Grandi nomi, grandi titoli, grosse cariche, reti, protezioni. La storia si ripete.
Tratto da Ghislaine Saint-Pierre Lancôt – Cosa diavolo sono venuta a fare su questa terra (Macro Edizioni, 2002).

Segnalazioni librarie:

Massimiliano Frassi,
I Predatori di Bambini Sono Intorno a Noi

Dall'autore de "I bambini delle fogne di Bucarest", un amaro grido di dolore a favore dell’infanzia violata.Dai torbidi intrecci tra chiesa e pedofilia alla proficua rete della pedopornografia su internet, dalle insaziabili richieste del turismo sessuale alla sconcertante realtà degli abusi nelle...
...continua

Massimiliano Frassi,
L'inferno degli angeli

"C'è bisogno di rimettersi in discussione e di tracciare nuovi orizzonti, c'è bisogno di incazzarsi e di uscire da questo ipocrita buonismo creato per non punire i colpevoli e lasciare nei guai le vittime". La pedofilia come mai nessuno prima d'ora aveva avuto il coraggio di raccontare!
...continua

Tante altre notizie su http://www.ariannaeditrice.it/


domenica 3 maggio 2009

La vittimizzazione secondaria: alcune forme di maltrattamento istituzionale nei confronti delle famiglie maltrattanti


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"è pur vero che ormai assistiamo anche al fenomeno opposto, di operatori che esagerano in prudenza, mettendo in atto misure di protezione sproporzionate al danno effettivo patito dai minori, compromettendo il progetto di presa in carico, che dovrebbe mirare a ripristinare ogni qual volta sia possibile una relazione sufficientemente buona tra il bambino e i suoi genitori. Si veda questa situazione.
Un servizio di tutela, con operatori seri, attivi e formati, viene a conoscenza da una scuola elementare che un alunno di otto anni, figlio di genitori separati, ha scritto in un tema che il nonno materno, con il quale vive, assieme alla madre e al fratellino, lo picchia. L’insegnante asserisce che il piccolo le sembra spaventato. Gli operatori si spaventano a loro volta, e senza molto riflettere decidono di sentire il padre, che vive a qualche kilometro di distanza e che a sua volta si impensierisce, cosicché il servizio, travolto, decide di ricorrere ad un allontanamente d’urgenza, ai sensi dell’articolo 403 del codice civile, recandosi con i carabinieri a casa del bambino per portarlo in comunità. Ma la madre, esterrefatta, resiste, e chiama il suo avvocato, che si precipita sul posto e contesta a carabinieri e operatori la legittimità del provvedimento. Di fronte ai bambini agitati e spaventati da tutto il trambusto, gli operatori cedono. Il mattino dopo interpellano il giudice che sconfessa il loro operato, rispondendo alla segnalazione con un semplice mandato di indagine. Per risalire la china in cui sono caduti e recuperare la fiducia della madre (e del bambino), gli operatori hanno dovuto sudare sette camicie!

Un’altra fase del processo d’intervento in cui talvolta assistiamo ad un eccesso di prudenza è la regolamentazione delle visite in comunità. Sappiamo che nei casi di abuso sessuale non è sempre sufficiente che i contatti, poniamo, tra una bambina e il padre sospetto abusante, o anche tra lei e la madre scarsamente protettiva, siano sorvegliati da un educatore, perché la forza della relazione di potere dell’abusante sulla vittima è tale da confonderla, soggiogarla, paralizzarla e magari indurla ad una ritrattazione (Malacrea, Lorenzini, 2002). Ma è indebito estendere questa medesima prudenza a casi del tutto diversi, come il seguente.
Arturo ha tre anni quando sua madre se ne va con un altro uomo, lasciandolo al marito, alcolista e violento. Questi, incapace di occuparsi da solo del bambino, lo affida a sua madre e a sua sorella. Arturo cresce molto legato al padre, che idealizza: quando la nonna muore e la zia ha un bambino dal compagno, scappa di casa per ricercare il suo papà, che è ospite di un fratello paziente psichiatrico: è la zia a segnalare la situazione al Tribunale per i minorenni, che decreta il collocamento del ragazzino, ormai dodicenne, in comunità. Il servizio sociale affidatario decide di interrompere per un mese le visite dei genitori e della zia, e poi di regolamentarle al ritmo di una ogni quindici giorni per ciascuno. A me sembra che per un ragazzo abbandonato, alla disperata ricerca di qualcuno che lo voglia stabilmente con sé, sarebbe di gran lunga preferibile fissare contatti ravvicinati (diciamo, a giorni alterni) per verificare, noi e soprattutto lui, se qualcuno, e in tal caso chi, desideri stargli vicino e accetti la fatica di un cammino per riprenderselo.".....

di Stefano Cirillo
http://www.scuolamaraselvini.it/web/index.php?option=com_content&task=view&id=66&Itemid=110

sabato 2 maggio 2009

La legge del più isterico


Bimbi tolti ai genitori per accuse infondate, perizie approssimative. Il caso di Basiglio è solo l’ultimo di una serie di orrori giudiziari

05 Maggio 2008

di Chiara Rizzo
Miriam (la chiameremo così), ha solo tre anni quando la sua folle avventura inizia. Miriam è paffutella, allegra, vivace. Abita in un appartamento nel centro di Milano, dove la mamma lavora come portinaia, mentre il papà, Marino V., fa il tassista. Ha un fratellino più grande, che ha un grave handicap, è tetraplegico: perciò i suoi genitori sono sempre molto protettivi nei suoi confronti. Sarà perché è una tipetta vispa, sarà per richiamare l’attenzione di mamma e papà, Miriam inizia a dire parolacce. Un turpiloquio da camionista più che altro buffo sulla bocca di una bimbetta. Però la mamma si preoccupa un po’, vorrebbe non trascurare quel segnale che la figlia le invia, decide di chiedere aiuto a una psicologa di un centro di aiuto ai bambini maltrattati, convenzionato col comune e vicino casa. La psicologa ascolta la storia della donna (Miriam a quel primo incontro non partecipa), poi dà il suo verdetto. Ricorda la mamma: «Mi disse: “Signora, le parolacce di sua figlia sono causate da abusi sessuali subiti dal padre. O denuncia subito lei suo marito, o lo faccio io”». Sembra una storiella tragicomica. Invece è solo l’incipit di un caso giudiziario, cominciato nel 1996 e conclusosi sei anni dopo, che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una vicenda agli atti di un tribunale. Esattamente nei termini in cui l’abbiamo ricostruita fino ad ora. Spiega a Tempi l’avvocato Luigi Vanni, difensore del papà di Miriam, Marino V.: «La mamma della bimba si spaventò. Non sapeva cosa fare, ma su pressione della psicologa, pur non credendo alle sue accuse, denunciò il marito. I servizi sociali e il Tribunale dei minori immediatamente tolsero la custodia della piccola non solo al papà, ma anche a lei». Miriam viene portata in una comunità protetta. Per mesi nessuno della famiglia può vederla. Intanto il Tribunale dispone la perizia medica: il verdetto è inequivocabile. «“Compatibile con una violenza carnale”» ricorda a memoria ancora oggi Luigi Vanni. Marino V. è senza appello il mostro: non potrà rivedere più la figlia. Per permettere che Miriam torni almeno a vivere con la madre, i due genitori, pur amandosi ancora, sono costretti a separarsi. Marino V. si autoesilia a Bergamo. La difesa si batte per una contro-perizia, per tre lunghi anni, inutilmente. Alla fine il Tribunale accoglie l’istanza. Il ginecologo che visita Miriam non ha dubbi. La bambina non ha subito alcuna violenza, senza ombra di dubbio: la visita specialistica mostra che ha solo una piccola malformazione congenita. E il primo medico allora? «Controllammo il suo operato» ricorda Vanni. «Emerse un particolare incredibile. Aveva fatto 359 perizie per il Tribunale. Tutte identiche. Tutte con quella medesima formula: “Compatibile con la violenza carnale”». Come se un meccanismo di indagine si fosse inceppato. Non il solo, in realtà. Man mano, emergono dubbi anche sulle accuse della prima psicologa. Infine la sentenza definitiva. Nel dicembre 2000 il pm Tiziana Siciliano proscioglie da tutte le accuse Marino V. e denunzia il «meccanismo infernale» dell’indagine, fondato su «assistenti sociali, periti e poliziotti» di «un’incompetenza che rasenta lo scandalo». Qualche mese dopo il tassista può finalmente tornare insieme alla moglie. La bimba rientrerà definitivamente a casa con i genitori solo nel maggio del 2002. Sei anni dopo la separazione Miriam, a 9 anni, porta sulla sua pelle le cicatrici della malagiustizia. «Per anni ha creduto fosse per colpa sua se non poteva più stare con la sua mamma e il suo papà», prosegue l’avvocato Vanni. «La giustizia minorile si mostrò minorata – prosegue Vanni – e minorata mi sembra ancora oggi, con la vicenda di Basiglio».
A Basiglio, da 54 giorni, Giorgia e Giovanni, 9 e 12 anni, sono stati separati dai genitori. Messi in una comunità protetta per un disegno “osé” attribuito a Giorgia: le maestre della bimba e i servizi sociali hanno richiesto procedure d’urgenza, per togliere i minori dalla potestà dei genitori. Senza neanche avvertirli delle accuse che muovevano nei loro confronti. Intanto da Basiglio emergono particolari inquietanti.

Dopo i pettegolezzi

«Una mamma», spiega l’avvocato Antonello Martinez, che difende i genitori di Giorgia e Giovanni, «ha riferito di aver parlato con le maestre, prima che queste denunciassero il caso di Giorgia agli assistenti sociali. E aveva detto a chiare lettere che il disegno lo aveva sicuramente fatto sua figlia. Ma, non si capisce bene perché, né le insegnanti, né i servizi sociali del comune le hanno dato retta. Uno scandalo». Uno scandalo che ricorda la vicenda di Marino V., il cui avvocato, Luigi Vanni, nutre nuovi e pesanti dubbi sull’operato del Tribunale dei minori. «La vicenda di Basiglio mi pare inverosimile. Quando ci sono di mezzo i bambini sembra che magistrati e psicologi perdano completamente la testa. In questi procedimenti saltano completamente tutti i paletti che normalmente regolano la giustizia. Il punto è che poi ci vogliono anni prima che il Tribunale dei minori ammetta di aver sbagliato. Ad oggi è sempre più un luogo dove la giustizia sembra esclusa».
Sono numerosi i casi in cui quest’istituzione interviene ogni anno sulla potestà dei genitori. Nel 2000 se ne contavano 10.903. Nel 2005, sempre in tutt’Italia, si parla di 14.114 casi, secondo i dati più recenti raccolti da Istat-ministero della Giustizia. Impossibile, ovviamente, stabilire quante di queste vicende siano basate su fatti reali, e quante siano il triste ripetersi dei meccanismi di indagine poco chiari della storia di Basiglio o del tassista milanese. Certo è che le segnalazioni di vicende iniziate con accuse mostruose, poi sgonfiatesi come bolle di sapone, non mancano.
Dalla Lombardia al Friuli, al Lazio, alla Sicilia: la malagiustizia è un nervo scoperto che attraversa tutta la Penisola. Siamo nel 1994, a Pordenone. Qui abitano i coniugi G., Anna e Jim (i nomi sono ancora una volta di fantasia) e i loro due figli. La famiglia non è abbiente, vive nelle case popolari, a volte il lavoro manca. La signora G., in seguito ad una depressione, chiede aiuto ai vicini. Questi denunciano il caso ai servizi sociali. «I figli vennero sottratti ai genitori. L’accusa era che il maggiore era obeso, quindi voleva dire che non era abbastanza curato» ricorda Annalisa Del Col, avvocato dei G., che subito fanno ricorso al Tribunale. «Erano una famiglia con problemi economici, che non nascondeva le proprie difficoltà. Ma non c’erano storie di violenze, abusi o abbandono. Si potevano sostenere i G., anziché strappare loro i bambini», prosegue Del Col. La tesi dell’avvocato convince il Tribunale dei minori.

A tutto svantaggio dei figli


I bambini tornano a casa, ma solo quattro anni dopo. Ovviamente l’inserimento in famiglia non è semplice. Di conseguenza, i servizi sociali li tolgono una seconda volta ai genitori e nel 2000 li danno in affido ad una coppia di Trieste. Nel 2004, appena diventato maggiorenne, il più grande dei fratelli ritorna a casa. Il fratellino, andato via dalla casa naturale per la prima volta all’età di due anni, non capisce più chi sia la sua vera mamma. Prosegue Del Col: «Il Tribunale dei minori è un tribunale speciale, agisce per sua natura con sistemi poco democratici. Manca il rito del contraddittorio, il diritto alla difesa. Nei procedimenti è previsto che si ascoltino i genitori, prima di prendere iniziativa. Ma questa norma, con la scusa di provvedimenti speciali, non viene mai applicata. Da avvocato che segue sempre casi del genere, dico che si lavora male. La cosa più difficile è far cambiare idea ai giudici. Passano mesi, prima che vengano revocati provvedimenti. C’è un attaccamento pregiudiziale alle proprie tesi, incredibile. Tutto ai danni dei bambini: alla famiglia non viene dato alcun aiuto, spesso».
In sostegno a genitori che vivono casi del genere è nata Gesef, l’associazione dei Genitori separati dai figli, composta esclusivamente da volontari. Ha spesso lavorato a fianco di genitori, ottenendo alcune vittorie importanti. «Eclatante il caso di un bimbo romano, che chiamerò Andrea» ricorda il presidente di Gesef, Vincenzo Spavone. «Venne tolto ai genitori, che affrontavano delle oggettive difficoltà. Il papà era in carcere, la mamma spaventata di non riuscire a mantenere il piccolo. Poco dopo che Andrea venne portato in una comunità protetta, suo papà venne liberato per buona condotta. Per mesi i genitori si impegnarono: non mancavano una visita al figlio, rimisero in piedi le proprie attività economiche. Ma i servizi sociali scrissero al giudice che Andrea si rifiutava di vederli. Siamo dovuti andare a riprendere quegli incontri con una telecamera. Il bambino, appena vedeva la mamma e il papà, si divincolava dalle braccia degli assistenti sociali per correre incontro ai genitori». Il giudice ne ha preso atto. Nella sentenza del 2002 – quattro anni dopo l’inizio della vicenda – con cui si stabiliva il ritorno di Andrea a casa, il Presidente del Tribunale dei minori di Roma, Magda Brienza, segnala che «certamente non vi fu sostegno nei confronti della coppia genitoriale, ma solo atteggiamenti oppositivi». Inoltre il giudice, scrive a proposito dei problemi di Andrea a incontrare la famiglia, segnalati dai servizi sociali: “Appare di difficile lettura quanto riferito (...), considerato anche il non facile contesto di svolgimento degli incontri”. «Credo – denuncia Spavone – che dietro certe leggerezze commesse dai servizi sociali e avallate dal Tribunale dei minori, ci sia il terrore di reali abusi, ma è finita che lo Stato si è completamente sostituito alla famiglia. E gli assistenti sociali sono diventati una sorta di poliziotti di quartiere».

Il tempo non si restituisce

Di questo stato di terrore che vive da anni la famiglia italiana è esemplare un recente caso di cronaca, che, pur non avendo nulla a che fare con abusi e violenze familiari, fa comprendere la mentalità delle istituzioni che dovrebbero avere cura dei minori. Lo scorso aprile, a Messina, la mamma di una sedicenne che frequenta l’istituto Tecnico Jaci della città, si è rivolta al preside della scuola, per chiedere aiuto. La figlia si rifiutava di andare a lezione, perché vittima di episodi di bullismo. Il preside, per tutta risposta, sconvolto dal vociare della mamma, si è limitato a denunciarla per interruzione di pubblico servizio. In seguito alla vicenda di Miriam, sul tavolo della Procura di Milano, arrivarono nel 2000 diverse lettere, di genitori che avevano subito ingiuste accuse. Una su tutte. «Caro signor procuratore, mi chiamo Corrado L. Sono stato ingiustamente accusato di abusi verso le mie figlie. Le allego la sentenza di assoluzione del Tribunale. Non dimentico ancora i cinque rambo in divisa che hanno perquisito la mia casa e interrogato le mie figlie. Perché infierire per quattro anni su un padre e su due bambine, per poi archiviare tutto? Chi ci rimborserà dei danni, delle spese legali, del tempo rubato, delle notti insonni, delle sofferenze inflitteci?». All’epoca quelle denunce fecero scalpore, poi sul Tribunale dei minori è caduto il silenzio. Fino alla vicenda di Basiglio.

http://www.tempi.it/interni/001039-la-legge-del-pi-isterico